Archivi del giorno: agosto 4, 2016

Comunicato stampa – Lanciato oggi nuovo Dossier “Italia: l’ultima spiaggia – Lo screening dei mari e delle coste della Penisola”.

WWF: “NON RIDUCIAMOCI ALL’ULTIMA SPIAGGIA. RIDURRE SUBITO I FATTORI DI PRESSIONE SU MARI E COSTE ITALIANE. In 50 anni 2000 km di costa cementificati, 1860 km i tratti di costa liberi a buon grado di naturalità. 4 AREE PILOTA PER SALVARE I NOSTRI MARI: Mar Ligure e Arcipelago Toscano, Canale di Sicilia, mare Adriatico settentrionale, Canale di Otranto.

DOSSIER COMPLETO, FOTO, INFOGRAFICHE, CASE-HISTORY COSTE SCARICABILI QUIhttp://bit.ly/2aRR5ic

(SCHEDA INFORMATIVA ALLEGATA) – Roma, 5 agosto  2016

Partiamo dai 1860 km  di tratti lineari di costa più lunghi di 5 km del nostro Paese (isole comprese) ancora liberi e con un buon grado di naturalità (il 23% dei nostri litorali, su complessivi 8000 km circa)  e puntiamo su quattro grandi aree strategiche per la biodiversità dei nostri mari : la zona tra il Mar Ligure ed il parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, il canale di Sicilia, il Mare Adriatico settentrionale e l’area del canale di Otranto nell’Adriatico meridionali. E’ qui infatti che si concentra la maggiore ricchezza delle nostre risorse marine e costiere. La loro tutela ci porta sulla rotta di uneconomia blu sostenibile insieme al contenimento significativo dei fattori di pressione e degli impatti ambientali a mare (delle attività economiche di ricerca e coltivazione di idrocarburi, trasporti marittimi, dragaggi, turismo, pesca, acquacoltura, impianti da fonti rinnovabili offshore, attività militari) e a terra causati da uno sviluppo urbanistico che ha divorato 10 km  lineari di coste l’anno per 50 anni. E’ questo il segnale e l’invito lanciato dal WWF nel suo dossier “Italia: l’ultima spiaggia – Lo screening dei mari e delle coste della Penisola” in cui  chiede subito di invertire le tendenze che negli ultimi 50 anni ha visto sorgere una barriera di cemento e mattoni lunga 2000 km (un quarto delle nostre costee che vede nei nostri mari il 25% della piattaforma continentale italiana interessata da attività di estrazione degli idrocarburi (con 122 le piattaforme offshore attive e 36  istanze per nuovi impianti), il trasporto via mare fare  dell’Italia il Paese in Europa (dopo Olanda e Regno Unito) per quantità di merci containerizzate movimentate, uno sviluppo turistico che vede il 45% dei turisti italiani e  il 24%  di quelli stranieri scegliere le nostre località costiere, un’attività di pesca in caduta verticale, visto che il 93% dei nostri stock ittici sovra sfruttato, e la proliferazione di impianti di acquacoltura (in 10 anni aumentati in Italia del 70%). Il dossier del WWF, fotografa la situazione attuale e indica le aree più ricche dal punto di vista ecologico da cui partire per salvare i nostri mari grazie alle elaborazioni contenute nello studio “MedTrends”, coordinato dal Mediterranean Programme Office del WWF Internazionale, in coerenza con le linee di intervento comunitario per la pianificazione dello spazio marittimoMar Ligure e Arcipelago Toscano (dove la grande ricchezza di plancton favorisce un’elevata concentrazione di cetacei, come testimoniato anche dall’istituzione del Santuario internazionale dei Cetacei “Pelagos”); il Canale di Sicilia (con montagne sottomarine dove si trovano cumuli di coralli bianchi e zona di deposizione delle uova per tonni, pesci spada e acciughe e area di nursery dello squalo bianco); Mare Adriatico settentrionale (che vede una delle popolazioni più importanti di tursiopi del Mediterraneo ed è una delle aree di alimentazione più importanti della tartaruga marina Caretta caretta, zona di riproduzione della verdesca e dello squalo grigio), Canale di Otranto Mare Adriatico meridionale (dove ci sono habitat importanti per lo zifio, il diavolo di mare, la stenella striata, la foca monaca e il pesce spada). Anche nella nostra fascia costiera non bisogna ridursi all’ultima spiaggiaNegli ultimi 50 anni, come documentato nel dossier WWF, grazie agli studi dell’equipe coordinata dal professor Bernardino Romano dell’Università dell’Aquila, la densità dell’urbanizzazione in una fascia di 1 km dalla linea di costa è passata nella Penisola dal 10 al 21%, mentre in Sicilia ha raggiunto il 33% e in Sardegna il 25%. Tra il 2000 e il 2010, secondo l’ISTAT, sono stati costruiti 13.500 edifici, 40 edifici per Kmq, nella fascia costiera di un km dalla battigia (nei versanti tirrenico e adriatico) e più del doppio sulla costa jonica.  E se il ritmo delle nuove edificazioni fosse quelle registrato tra il 2000 e il 2010, nei prossimi 30 anni avremmo  su scala nazionale almeno altri 40.500 nuovi edifici nella fascia di 1 km dalla battigia. Ma si possono ancora salvare le aree con alto grado di naturalità se si interrompe subito l’ulteriore consumo di suolo. Il WWF, al di là delle perle di valore naturalistico, paesaggistico e storico-artistico diffuse in maniera puntiforme in tutto il Paese, individua: sulle costa tirrenica 16 segmenti più lunghi di 5 km, liberi dall’urbanizzazione, da preservare integralmente per il loro valore ambientale per un totale di 144 km (15 km tra Viareggio e Pisa, 20 km tra Grosseto e Orbetello, in Toscana; 15 km da Latina a Sabaudia, nel Lazio; 12 km tra Camerota e San Giovanni Piro, in Campania); sulla costa adriatica sono circa 200 i km preservati che vanno pienamente tutelati (i segmenti più lunghi si trovano in Friuli Venezia Giulia, Marano Lagunare; in Veneto, 50 km tra Porto Viro e Goro; e in Puglia, 14 km lungo la costa del Lago di Lesina). Anche nelle isole maggiori il WWF richiama l’attenzione sugli alti indici di saturazione urbanistica delle coste che obbligano alla difesa attiva dei significativi valori ambientali e paesaggistici, che si rinvengono ancora in un quarto delle coste siciliane (poco più di 300 km) rimasto libero e in quel 64% (oltre 1.200 km) di territorio costiero di pregio, per fortuna, rimasto ancora libero in Sardegna (vedi nell’allegato la scheda relativa agli approfondimenti sullo screening delle coste). Se la maglia nera della densità urbanistica (con indici di urbanizzazione che vanno dal 50 al 60%è da assegnare al versante tirrenico (con quasi tutta la costa della Liguria, il Lazio centro-meridionale e la Campania centro-norde al settore emiliano-romagnolo/marchigiano/abruzzese del versante adriatico, c’è da notare che il sistema dei 100 parchi e riserve e degli oltre 200 siti costieri della Rete Natura 2000 costituisce un argine alla espansione edilizia. Ciò è vero in particolare sul versante tirrenico con i parchi nazionali del Pollino e del Cilento che scardinano la continuità edificatoria nel Sud d’Italia, mentre sul versante adriatico si rileva la mancanza di aree protette di estensione significativa che possano al momento fare da diga. Ciò avviene in una situazione in cui comunque le aree tutelate sono sottoposte ad un crescente assedio, visto che, secondo elaborazioni originali su foto satellitari contenute nel dossier WWF, che hanno raffrontato la situazione dal 1988 ad oggi, i 167 interventi che hanno cambiato la morfologia della nostra fascia costiera sono per il 95% causati dall’espansione edilizia (per il 58.7% strutture turistiche, per il 19% insediamenti residenziali, per l’11%  infrastrutture portuali) e vanno ad interferire con 107 siti di interesse comunitario (SIC), tutelati dall’Europa, sui circa 400 siti comunitari marini e costieri.

Nel dossier “Italia: l’ultima spiaggia” il WWF indica anche quali possano essere  gli strumenti istituzionali per salvare le coste e i mari italiani. Si chiede innanzitutto:

  1. una moratoria della nuova edificazione nella fascia costiera,sino a quando non saranno approvati i piani paesaggistici in tutte le Regioni, e il blocco dei rinnovi automatici di tutte le concessioni balneari, come richiesto dalla Corte di Giustizia europea, sino a quando l’Italia non si doterà di una normativa che preveda l’obbligo di gara:
  2. uno stretto coordinamento operativo tra i Ministeri, le Regioni e i Comuni, non solo nell’implementare la strategia nazionale marina, integrandola con i piani di gestione dello spazio marittimo, richiesti dall’Europa, ma nel fare del Santuario internazionale Pelagos un’area di effettiva tutela dei cetacei, al di là dei confini dei singoli Stati (Italia, Francia e Principato di Monaco).

SCHEDE INFORMATIVE

Le 4 aree pilota per la crescita blu

La zona tra il Mar Ligure ed il parco nazionale dell’Arcipelago toscano –  Zona di grande bellezza paesaggistica, dove – data la particolare conformazione del fondo marino, i venti dominanti e l’elevato apporto di nutrienti da terra e l’elevata temperatura –  c’è una forte quantità di organismi planctonici e una forte concentrazione di cetacei. Questa zona è molto importante anche per specie ittiche quali il tonno e il pesce spada. I maggiori fattori di pressione sono l’inquinamento marino, il traffico marittimo e la pesca illegale con reti derivanti o con palangari.

Il Canale di Sicilia – La parte centrale del Canale di Sicilia è molto ricca di specie e viene considerata un hotspot di biodiversità a livello regionale, con le sue acque profonde, le importanti montagne sottomarine e lo scambio d’acqua tra il bacino orientale e occidentale del Mediterraneo che favoriscono il proliferare di cumuli di coralli bianchi e costituiscono una zona di deposizione delle uova (spawning) per specie commercialmente importanti come il tonno, il pesce spada e le acciughe e di nursery per lo squalo bianco (specie in via di estinzione). I maggiori fattori di pressione sono la pesca intensiva, l’inquinamento delle acque non depurate e il traffico marittimo.

Il Mare Adriatico settentrionale – L’Adriatico settentrionale ha una profondità media molto bassa (35 m) ed è fortemente influenzato dall’apporto del Delta del Po, con fondali mobili di sabbia, praterie di Posidonia e affioramenti rocciosi con caratteristiche uniche (Trezze o Tegnue). L’area è importante per molte specie: ospita una delle popolazioni più numerose del Mediterraneo di tursiopi ed è una delle zone di alimentazione più importanti della tartaruga Caretta caretta, oltre che zona di riproduzione per la verdesca e per lo squalo grigio e l’acciuga. I maggiori fattori di pressione sono la pesca, le trivellazioni offshore di idrocarburi, i traffici marittimi.

L’area del Canale di Otranto  nel mare Adriatico meridionale – E’ un’area caratterizzata da pendii ripidi, elevata salinità e una profondità massima compresa tra i 200 e i 1500 metri, dove avviene lo scambio di acqua tra l’Adriatico e il resto del Mediterraneo. In quest’area ci sono habitat importanti per lo zifio e una presenza significativa di megafauna tra cui il diavolo di mare, la stenella striata, la foca monaca, la tartaruga Caretta caretta e, tra le popolazioni bentoniche, comunità di coralli d’acqua fredda e spugne. Tonni, pesci spada e squali sono comuni in questa zona. I maggiori fattori di pressione sono la pesca a strascico, il traffico marittimo e le attività di esplorazione offshore di idrocarburi, mentre nel futuro è prevista la costruzione del nuovo gasdotto Trans Adriatic Pipeline – TAP.

Nella zona tra il Mar Ligure ed il parco nazionale dell’Arcipelago toscano è stato istituito nel 1999 da Italia, Francia e Principato di Monaco il Santuario dei Cetacei “Pelagos” – una zona marina di ben 87.500 kmq  che per l‘Italia ricomprende un triangolo che va dalla costa maremmana della Toscana (il confine sud è l’Ombrone), al Mar Ligure e alla Sardegna settentrionale -. Il Santuario è classificato come ASPIM (Area Specialmente Protetta di Importanza Mediterranea), ai sensi della Convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo dall’inquinamento, ed è ricompreso nella Zona di Protezione Ecologica (sino al limite di 300 miglia marine dalla costa) istituita dall’Italia nel 2011.

I fattori di pressione sui mari italiani

Nel dossier “Italia: l’ultima spiaggia” si riportano le valutazioni sulla situazione attuale e sulle tendenze future dello studio “MedTrends” (2015) sui fattori di pressione di origine antropica sui mari italiani derivanti da otto diversi settori produttivi e sulle ricadute ecologiche delle attività economiche prese in esame.

Petrolio e Gas – Sono 122 le piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi (l’88% concentrato nel Mare Adriatico) oggi attive nelle acque italiane e 92 quelle localizzate nella fascia delle 12 miglia dalla costa di interdizione a queste attività (il 47,7% delle quali mai sottoposte a valutazione di impatto ambientale) e 36 le istanze per la ricerca (32) e per la coltivazione (4) che sono state presentate e che ipotecano il futuro dei nostri mari, in particolare dello Ionio (18 istanze) e del Canale di Sicilia (8). Gli impatti sugli ecosistemi marini possono derivare: dalla dispersione di sostanze chimiche pericolose usate a regime nelle fasi di lavorazione ordinarie di prospezione e coltivazione, dall’inquinamento acustico per l‘uso degli airgun nella fasi di prospezione e ricerca, da sversamento di petrolio in caso di incidente ad una petroliera o ad un impianto petrolifero o petrolchimico costiero che può provocare effetti teratogeni, mutageni e cancerogeni perduranti decenni (bisogna ricordare il Mediterraneo ha il primato mondiale per densità di catrame pelagico, in mare aperto con una concentrazione di 3,8 mg al metro cubo, tre volte superiore a quella del Mar dei Sargassi – fonte: Unione Petrolifera 2005)

Pesca – Sono 10.879 i pescherecci motorizzati per la pesca professionale, che impiegano 28.900 persone, in una flotta peschereccia che è tra le più grandi d’Europa dopo Spagna e Inghilterra, dislocata lungo le coste italiane e concentrata in particolare nell’Alto Adriatico, nel Canale di Sicilia e nel Mar Tirreno, con i principali distretti di pesca situati ad Ancona, Trieste e Mazara del Vallo. Dagli anni 90 si registra una riduzione della catture a causa dal sovrasfruttamento degli stock ittici (nel Mediterraneo il 93% degli stock è in overfishing, fonte: Commissione Europea). Gli impatti sulle reti trofiche della diminuzione degli stock provocano difficoltà di approvvigionamento alimentare per gli uccelli marini, i danni alla biodiversità possono derivare da catture accidentali causate dall’impigliamento in attrezzi posti a ridosso di aree di nursery o dall’uso di reti a strascico che distruggono gli habitat e le funzioni degli ecosistemi dei fondali, nonché dalla pesca illegale.

Trasporti e Porti – L’Italia è al terzo posto in Europa, dopo Olanda e Regno Unito, per traffico merci via mare e i porti italiani con la maggiore quantità di merci movimentate sono cinque, nell’ordine: Trieste, Genova, Cagliari, Gioia Tauro e Taranto. I porti specializzati nella movimentazione di greggio e di prodotti petrolchimici sono 14, tra i principali sono Trieste, Augusta, Sarroch, Genova, Milazzo. Le aree dei mari italiani che spiccano per elevate densità di passaggio sono: il Canale di Sicilia, il Mare Adriatico e il Mar Ligure. Al 2020 è previsto (fonte: Autorità Portuale di Livorno) un aumento del traffico containerizzato non transhipment del 67% rispetto al 2010 (+9.25 milioni di TEU, container di misura standard) e al 2025 di un ulteriore 18,5% rispetto al 2020 (+10,96 milioni di TEU). Gli impatti ambientali sull’ecosistema marino possono derivare dall’inquinamento acustico dei motori, da sversamenti di petrolio e di agenti chimici e dall’introduzione di specie non autoctone nelle acque di zavorra. Non trascurabili sono le emissioni di anidride carbonica.

Dragaggi – L’aumento dell’attività di trasporto marittimo e le navi sempre più grandi  stanno richiedendo un aumento progressivo dell’attività di dragaggio delle aree portuali per rendere i fondali più profondi. Secondo i dati forniti da ISPRA per il periodo 1994-2012 in Italia sono stati dragati 17.796.373 metri cubi di sabbie relitte, mentre nei prossimi anni le Autorità portuali prevedono di dragare 64 milioni di metri cubi. Questa attività può provocare rilevanti cambiamenti dell’ecosistema marino e quindi necessita di una verifica dei parametri fisici, chimici e biologici per evitare che materiali inquinati e/o tossici vengano riutilizzati a terra o a mare senza cautele, ma siano destinati allo stoccaggio e deposito di materiali tossici.

Acquacoltura – In dieci anni (dal 1997 al 2007) si è avuto un trend di crescita dell’acquacoltura in Italia del 70% (fonte: Plan Bleu 2014) che al 2030 potrebbe più che raddoppiare. La molluschicoltura è il comparto più forte dell’acquacoltura italiana a cui seguono gli allevamenti ittici di branzini (o spigole) e di orate. Le produzioni maggiori di acquacoltura si riscontrano in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Puglia, Sardegna e Sicilia (nel versante adriatico domina la molluschicoltura, mentre la piscicoltura è molto praticata in Sardegna, Sicilia, Campania e Veneto). Gli impatti possono derivare dall’introduzione accidentale in natura di specie non indigene, dagli effluenti provenienti dagli impianti che possono anche provocare resistenza agli antibiotici, l’eutrofizzazione dell’acqua, la riduzione di ossigeno, nonché dall’ancoraggio delle strutture, dai rifiuti marini e dall’abbandono o scorretto smaltimento delle gabbie inutilizzate.

Energie rinnovabili – Gli impianti offshore di produzione energetica da fonti rinnovabili (eolico e energia delle onde) sono ancora in una fase pilota in Italia e gli impatti di questo settore oggi in Italia sono trascurabili. Dei 15 progetti che sono stati presentati al Governo per l’approvazione nel periodo 2006-2013 solo due (eolici) sembrano aver superato la fase autorizzativa (uno a Gela e l’altro nel Golfo di Taranto),mentre sono previsti, al momento, parchi eolici a Volturino e a Manfredonia in Puglia. L’impatto ambientale è al momento trascurabile.

Turismo – Nel 2012 il 45% dei turisti italiani e il 24% dei turisti stranieri hanno scelto le coste italiane come meta turistica e l’Italia rappresenta attualmente il più grande mercato di destinazione crocieristica d’Europa. I principali porti italiani per il traffico crocieristico sono Venezia, Civitavecchia, Genova, Savona e Trieste. In Italia sono presenti 700 porti, comprese le opere marittime minori che si sviluppano lungo più di 300 km di tratti costieri (fonte: ISPRA) e il numero dei posti barca per la nautica da diporto è aumentato dai 140.690 del 2007 ai 156.606 del 2012, + 11% (fonte: Ivaldi E. “Yachting and Nautical Tourism in Italy”). In futuro, è prevista una crescita annua del contributo della voce viaggi e turismo al PIL del 2,3% ogni anno, per arrivare nel 2024 a 83,4 miliardi di euro (pari al 4,7% del PIL), passando negli arrivi di turisti internazionali dai 53 milioni attuali ai 65.754.000 (fonte: Travel & Tourism – Economic Impact 2015 Italy). L’impatto ambientale del turismo costiero intensivo può derivare da impianti di trattamento delle acque inadeguati o inesistenti che scaricano notevoli quantità di residui non depurati direttamente in mare, mentre per il turismo nautico è problematica la gestione scorretta delle acque di zavorra, di scarico e dei rifiuti.

Attività militare – Al 31 marzo 2013 la Marina Militare (M.M.) impiegava circa 31mila militari e 10mila civili e contribuiva al PIL per 2,4 miliardi di euro l’anno (fonte: Ministero della Difesa). Nelle linee programmatiche della M.M. è prevista una contrazione della flotta di 38 unità e le navi in costruzione sono un numero esiguo rispetto a quelle che si prevede vengano dismesse (fonte: Ministero della Difesa. 2013). L’impatto delle attività della Marina Militare deriva dall’uso dei sonar che può provocare disturbo o danni, ad esempio, ai cetacei e dall’uso di esplosivi duranti le esercitazioni militari che può avere un impatto molto negativo sulle specie ittiche e sugli habitat del fondo marino. Inoltre, esiste un problema di inquinamento derivante dai residuati bellici dei due conflitti mondiali, che si trovano in particolare, ma non solo, nel Golfo di Napoli, a Molfetta e in altre zone del basso Adriatico.

Lo screening delle coste italiane

L’Italia peninsulare – Lungo l’Adriatico emerge la notevole limitazione della componente forestale (con densità mediamente sempre inferiore al 10%) e un impoverimento deciso di tutti i caratteri ambientali del territorio nel segmento geografico che va dall’Emilia Romagna centro-settentrionale, attraverso tutte le Marche fino all’Abruzzo centrale. In questa parte di costa le costruzioni e le infrastrutture, con densità medie fino al 60%, hanno sostanzialmente sostituito ogni altro soprassuolo di valore ecologico le cui densità non superano il 10%. Il restante 30% circa sono aree agricole. Sul versante tirrenico il valore massimo dell’indice dei suoli di valore ecologico è sempre mediamente inferiore al 20% mentre la situazione complessiva è nettamente migliore per le aree forestali, con un indice variabile tra il 10 e il 30%. I settori costieri tirrenici molto densamente urbanizzati sono comunque estremamente estesi, in particolare con valori medi dell’indice di urbanizzazione che oscillano dal 50 fino ad oltre il 60%. Come già detto un ruolo piuttosto importante viene svolto dalle aree protette e delle aree di valore ecologico-habitat soprattutto nel Sud Italia tirrenico.

Le due isole maggiori – La fascia litoranea siciliana, con l’attuale 33%, ha visto incrementarsi le superfici urbane di circa il 300%, quindi un valore ben superiore alla media italiana del 20% che è “solo” il doppio del valore rilevato nel dopoguerra. A fronte di ciò la Sardegna denuncia un aumento di 10 volte, anche se i valori assoluti sardi attuali restano comunque molto contenuti rispetto a quelli siciliani (meno di 10.000 ha totali contro quasi il doppio pur con una fascia costiera più estesa del 25%). Il rapido decollo turistico della Sardegna avviatosi negli anni ’60 è naturalmente la causa prima della proliferazione di costruzioni sulle sue coste, anche a fronte di una dinamica demografica dei comuni rivieraschi sostanzialmente stabile dalla metà degli anni ’70. Un trend lievemente crescente riguarda invece la popolazione litoranea della Sicilia, che con oltre 3 milioni di abitanti, rappresenta comunque oltre il 60% di quella totale. Ma ad un 6% di aumento in mezzo secolo fa riscontro il 300% già dichiarato di aree urbane, e quindi anche per la Sicilia la sovra-dotazione di abitazioni turistiche ha evidentemente portato alla situazione odierna, anche se indubbiamente la presenza di impianti produttivi e commerciali ordinari è molto superiore e diffusa che non in Sardegna.

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